
Storia, popoli e culture
Il Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese è il risultato di una storia lunga e stratificata, scritta nel tempo da uomini, popoli e civiltà che hanno attraversato queste montagne seguendo l’acqua, i valichi naturali e le grandi vie di collegamento tra Tirreno e Ionio. Un territorio che, già nel Pleistocene, si presentava come un ambiente profondamente diverso da quello odierno: un vasto bacino lacustre occupava la valle dell’Agri, circondato da una natura rigogliosa e popolata da specie oggi scomparse come l’elephas antiquus, i cui resti (risalenti a 500.000 anni fa circa) rinvenuti in località San Giuliano a Grumento Nova, sono conservati presso il Museo Archeologico Nazionale dell'Alta Val d'Agri. Un paesaggio generoso, che attirò l’uomo fin dalle epoche più remote.
Le prime tracce di presenza umana risalgono al Paleolitico Medio: piccoli gruppi nomadi di cacciatori e pescatori sfruttavano le risorse offerte da fiumi, laghi e boschi, muovendosi tra grotte, accampamenti stagionali e rive fluviali, lasciando le prime testimonianze della loro presenza nelle industrie litiche rinvenute tra Marsico Nuovo, Paterno in località Civita e Moliterno in località Murgia Sant’Angelo. Con il progressivo miglioramento climatico, tra il VI e il V millennio a.C., la valle vide una svolta decisiva: nacquero i primi insediamenti stabili, si affermarono agricoltura e allevamento, e il territorio iniziò a organizzarsi in villaggi strutturati. Le testimonianze archeologiche rinvenute tra Marsico Nuovo, Marsicovetere, Viggiano, Lagonegro e Paterno raccontano una comunità già complessa, capace di lavorare la ceramica, allevare bestiame e seppellire i propri morti secondo rituali definiti.
Tra l’Età del Bronzo e la prima Età del Ferro, la valle dell’Agri divenne un vero corridoio culturale dell’Italia meridionale. Gli insediamenti si moltiplicarono sui fondovalle e sulle alture strategiche, mentre le necropoli monumentali di Viggiano e Marsicovetere raccontano l’esistenza di comunità strutturate e gerarchizzate. In questo scenario si svilupparono i primi insediamenti degli Enotri, favoriti dai contatti con il mondo greco della costa ionica, come dimostrano i reperti rinvenuti nella necropoli di San Martino d’Agri. Ma fu con l’arrivo dei Lucani, tra V e IV secolo a.C., che il territorio cambiò volto: nuovi centri fortificati rinvenuti a Marsico Nuovo, a Moliterno in località Madonna del Vetere e a Tramutola in località Castelli, santuari, luoghi di culto e complessi rurali, come la Masseria Nigro a Viggiano, ridisegnarono il paesaggio. La società lucana, dinamica e combattiva, si fondava su un’economia agricola avanzata e su una forte dimensione religiosa, legata ai culti della fertilità e alle divinità guerriere, come testimonia il santuario di Serra Lustrante ad Armento.
L’arrivo di Roma segnò una svolta radicale. La fondazione di Grumentum trasformò la Val d’Agri in uno snodo strategico dell’Italia meridionale. Strade (come la Via Herculia, dal nome di Massimiano Erculio, imperatore augusto d’occidente durante la tetrarchia dioclezianea), acquedotti, centuriazioni agrarie e monumenti pubblici integrarono il territorio in un sistema economico e amministrativo di ampio respiro. La città visse il suo massimo splendore tra il I secolo a.C. e il III d.C., dotandosi di foro, templi, teatro, anfiteatro, terme e domus decorate da mosaici raffinati. La valle e le zone pedecollinari erano sicuramente molto popolate, con fattorie e ville, come quella in località Barricelle di Marsicovetere appartenuta ai Bruttii Praesentes, una delle più potenti famiglie senatorie dell’epoca da cui discendeva Bruttia Crispina, moglie dell’imperatore Commodo.
Grumentum fu anche sede vescovile dal 370 d.C., poi spostata a Marsico Nuovo verso la metà dell'XI secolo, a causa del grave stato di decadenza in cui versava. A tal proposito, di probabile provenienza grumentina è la lastra (VI sec.) decorata con il monogramma cristologico entro un clipeo formato da una corona fogliata affiancato da due racemi, oggi facente parte della muratura esterna della Cattedrale di San Giorgio a Marsico Nuovo.
Contribuì alla cristianizzazione della Val d’Agri e all’istituzione della sede vescovile di Grumentum un personaggio molto importante per la Val d’Agri: San Laverio. Primo martire lucano, fu decapitato nel 312 d.C. in un luogo carico di significato simbolico, alla confluenza del fiume Agri con il torrente Sciaura, ai margini della città romana, dove sorgeva una delle principali necropoli. Qui venne sepolto, e qui il sito a lui dedicato custodisce una stratificazione architettonica straordinaria: sotto la cappella ottocentesca affiorano i resti di una grande basilica paleocristiana del V-VI secolo. Il rinvenimento di due sarcofagi di età tardoantica, uno dei quali finemente decorato con bucrani, kantharoi e ghirlande, alimenta l’ipotesi che proprio qui siano state custodite le spoglie del martire.
Alle porte di Grumentum si combatterono anche battaglie epiche della seconda guerra punica: Annibale, il più grande condottiero di tutti i tempi e il più temuto nemico di Roma, attraversò queste valli, sfruttando valichi e sentieri montani che ancora oggi disegnano la geografia del Parco. Livio, uno dei principali storiografi romani, narrò le gesta del condottiero cartaginese in Val d’Agri, raccontando nei suoi libri (libro XXIII, 37 e libro XXVII, 31.42) due eventi che coinvolsero il condottiero a Grumentum, come lo scontro che avvenne nel 207 a.C. contro il console Claudio Nerone.
Tra Tardoantico e Medioevo, guerre, carestie ed epidemie provocarono lo spopolamento delle pianure e la progressiva dissoluzione del sistema urbano romano. Grumentum venne lentamente abbandonata, mentre le popolazioni cercarono rifugio sulle alture, dando origine ai borghi fortificati che ancora caratterizzano il paesaggio umano del Parco. In questa fase di transizione emerse un nuovo protagonista: il monachesimo. I monaci basiliani prima e benedettini poi non furono soltanto guide spirituali, ma veri organizzatori del territorio. Dissodarono terre, ricostruirono reti produttive, fondarono monasteri e ospitali lungo le principali direttrici di traffico, contribuendo a una lenta ma decisiva rinascita, presto sconvolta dalle incursioni longobarde e saracene. La distruzione definitiva di Grumentum accelerò la nascita di borghi destinati a durare nel tempo: Moliterno, Montemurro, Viggiano, San Martino d’Agri, Spinoso, Tramutola e Armento affondano le loro radici proprio in questa fase di riorganizzazione del territorio.
Con i Normanni prima e Federico II poi, la Lucania conobbe una stagione di relativa stabilità e rilancio. Ma il passaggio agli Angioini e agli Aragonesi riportò crisi demografiche e un rigido sistema feudale che concentrò il potere nelle mani di poche grandi famiglie, tra cui i Sanseverino. Nonostante tutto, chiese, conventi e opere d’arte continuarono a nascere, grazie alla committenza religiosa e all’opera di artisti che ancora oggi segnano l’identità culturale dei borghi del Parco.
L’Età Moderna fu attraversata da tensioni sociali sempre più forti, culminate nelle rivolte contro il potere baronale e, alla fine del Settecento, nei moti rivoluzionari del 1799. Il Risorgimento trovò nella Val d’Agri in particolare, e nell’Appennino Lucano in generale, un terreno fertile: qui si organizzò una delle più rapide e decisive insurrezioni antiborboniche del Mezzogiorno, che nel 1860 portò alla proclamazione dell’Unità d’Italia prima ancora dello sbarco di Garibaldi in Calabria.
L’entusiasmo unitario lasciò presto spazio alla disillusione. Povertà, tasse e mancata riforma agraria alimentarono il brigantaggio post-unitario, che trovò nei boschi e nelle montagne del Parco un rifugio naturale. Figure come Carmine Crocco divennero simbolo di una ribellione ambigua, sospesa tra criminalità e protesta sociale, lasciando un segno profondo nella memoria collettiva.
Oggi, camminando tra i sentieri, i borghi e i paesaggi del Parco Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese, si attraversa una storia millenaria fatta di adattamento, resistenza e continua rinascita.
Una terra che non è mai stata periferia, ma crocevia di civiltà, culture e destini, capace ancora di raccontare, a chi sa ascoltarla, il suo lungo dialogo tra uomo e natura.
