San Valentino
il fuoco dell'amore e della fede
Quando l’inverno stringe l’Appennino lucano nel suo abbraccio più rigido e la neve imbianca le cime del monti circostanti, Abriola si accende di una luce diversa. È la luce dei fuochi, delle case aperte, delle strade animate da musica e voci: è il tempo di San Valentino, patrono del borgo e cuore pulsante della sua identità più profonda. Qui, il 14 febbraio non è soltanto la festa degli innamorati, ma un rito collettivo che unisce fede, memoria e comunità, sospeso tra sacro e profano come il paese stesso, arroccato tra cielo e valle.
Abriola è un luogo di passaggio da sempre. Antico centro attraversato nei secoli da mercanti, pellegrini e viandanti, conserva nel suo tessuto urbano e nella sua anima le tracce di storie arabe, fermenti carbonari, brigantaggio ed emigrazione. È un paese che vive di racconti e leggende, e tra queste nessuna è sentita quanto quella legata al suo Santo Patrono.
La sua figura è legata a due tradizioni agiografiche principali: quella del presbitero romano e quella del vescovo di Terni. Entrambe le tesi concordano sul fatto che San Valentino fosse un martire cristiano vissuto nella prima metà del IV secolo, noto per essere un evangelizzatore e taumaturgo.
Ad ogni modo, la tradizione narra che Valentino, diretto verso la Puglia, giunse ad Abriola in un tempo di grande carestia, e impegnando il proprio anello riuscì a procurare carri di grano salvando gli abitanti dalla fame. Un miracolo che ancora oggi si rinnova simbolicamente ogni anno, trasformando la festa in un grande gesto di accoglienza.
Le celebrazioni si aprono nella Chiesa Madre di Santa Maria Maggiore, consacrata proprio a San Valentino, con la messa solenne e la processione che attraversa le vie del borgo. È un momento di raccoglimento profondo, in cui la comunità si riconosce nella propria storia e rinnova il legame con il santo protettore. Nel pomeriggio, la liturgia si arricchisce di un gesto carico di significato: la benedizione delle coppie che celebrano i grandi traguardi dell’amore - venticinque, cinquanta, sessant’anni di matrimonio - segno tangibile di una fede che si intreccia alla vita quotidiana e alla durata dei sentimenti.
Ma è con il calare della sera che Abriola si trasforma davvero. Le stradine del borgo si animano con l’accensione dei grandi falò, i fucanoj, costruiti con cura nei rioni e alimentati da ginestre autoctone. Il fuoco diventa simbolo di purificazione, di calore umano, di comunità che si stringe contro il freddo dell’inverno e contro ogni forma di solitudine. Intorno alle fiamme si balla, si canta, si brinda. La musica accompagna i passi dei visitatori lungo un percorso enogastronomico che è un viaggio nella cucina abriolana più autentica: pasta fresca fatta in casa, legumi, carni di maiale, peperoni sott’aceto, patate, salsicce, frittole, taralli, pizze rustiche. Piatti semplici e antichi, offerti con orgoglio e generosità, come si faceva un tempo con i forestieri che arrivavano stanchi dopo aver attraversato i valichi montani.
In questo intreccio di profumi, suoni e volti, la festa assume un carattere raro e prezioso: è un San Valentino lontano dal consumismo, dagli stereotipi patinati dell’amore confezionato. Qui l’amore è condivisione, è stare insieme, è riscoperta di una gioia collettiva che nasce dalla semplicità. Giovani e anziani, abitanti e visitatori si mescolano senza ruoli prestabiliti: musicanti, mescitori di vino, famiglie intere diventano protagonisti di un grande racconto corale. Sui cartelloni sparsi per il paese, frasi e pensieri lasciati dagli ospiti compongono un vero e proprio diario di bordo dell’amore, una comunicazione spontanea e sincera che vale più di qualsiasi strategia di marketing.
Così, ogni anno, Abriola rinnova il suo patto con San Valentino. Un santo che non è soltanto simbolo dell’amore romantico, ma custode di una comunità, testimone di solidarietà e speranza.
