Il Carnevale e i Rumit
la foresta che cammina: una tradizione arcaica e visionaria
Nel cuore dell’Appennino lucano, quando l’inverno cede il passo alla luce e alla rinascita, Satriano di Lucania si trasforma in un teatro a cielo aperto dove il tempo sembra piegarsi su sé stesso. Qui il Carnevale non è solo festa, ma rito collettivo, racconto identitario, gesto simbolico che unisce passato e futuro. È un Carnevale profondamente diverso da ogni altro, in cui la natura diventa protagonista e l’uomo torna a confondersi con il bosco, fino a scomparire sotto foglie, pelli, maschere e silenzi carichi di significato.
Il cuore pulsante di questa tradizione è il Rumita, l’uomo-albero. Completamente ricoperto di edera, anonimo e silenzioso, l’ultima domenica prima del martedì grasso percorre lentamente le strade del paese. Con il fruscio, un bastone sormontato da un ramo di pungitopo, bussa alle porte strusciandolo sul legno: un richiamo arcaico, più che un gesto. Chi apre accoglie il buon auspicio e ricambia con un’offerta, oggi simbolica, un tempo vitale per sopravvivere alla fine dell’inverno. Le interpretazioni del Rumita sono mutate nel tempo: eremita francescano che viveva ai margini del paese, contadino povero rimasto in Basilicata mentre altri emigravano, figura di resistenza silenziosa. Oggi il Rumita è diventato soprattutto un potente simbolo ecologista, portavoce di un messaggio universale: ristabilire un rapporto armonico con la Terra.
Dal 2014 questo messaggio ha preso forma nella Foresta che cammina, una visione sorprendente: 131 Rumita, uno per ogni comune della Basilicata, avanzano insieme trasformando il paese in un bosco vivo e pulsante. La maschera solitaria si fa comunità, il rito individuale diventa corale. Accanto agli alberi prendono vita folletti, funghi, animali del bosco, farfalle e creature fantastiche, realizzati con materiali di recupero e fantasia senza confini. Il Carnevale si apre così a chiunque voglia partecipare, purché nel rispetto dei principi del riuso, del riciclo e dell’impatto minimo sull’ambiente.

A dialogare simbolicamente con il Rumita c’è l’Urs, l’Orso. Un tempo maschera di vendetta sociale, indossata per regolare conti e torti sotto l’anonimato della pelle animale, nel secondo dopoguerra l’Urs diventa la caricatura dell’emigrante di ritorno, arricchito e spaccone, contrapposto al Rumita rimasto povero ma radicato alla terra. Oggi l’Orso ha soprattutto una valenza identitaria e collettiva: più Urs sfilano insieme, guidati dal capo orso, figura recente che conduce il branco e ne incarna l’energia primordiale. Talvolta appare un Urs monumentale, quasi mitico, catalizzatore dello sguardo e della narrazione.
Accanto alla vitalità del bosco e alla forza animale compare la Quaresima, maschera ambigua e struggente. Vestita di nero, con una smorfia rossa sul volto, canta filastrocche che piangono la fine del Carnevale. In testa porta una culla o una bara, a seconda delle interpretazioni: per alcuni custodisce un nascituro concepito nei giorni di eccesso, per altri il Carnevale morto, sepolto con l’arrivo della penitenza. Ogni Quaresima racconta una storia diversa, perché a Satriano il significato non è mai fisso, ma vive nel racconto.
Poi c’è la Zita, uno dei momenti più travolgenti e ironici del Carnevale: la messa in scena di un matrimonio completamente rovesciato. Uomini e donne si scambiano i ruoli, gli abiti, le posture. I maschi sfilano truccati e in minigonna, le femmine con baffi e completi maschili. Un corteo imponente, che coinvolge sposi, parenti, amici e comparse, ribalta per un giorno le convenzioni sociali e offre uno spazio di libertà, gioco e riflessione sull’identità.
Il Carnevale di Satriano è anche movimento, suono e convivialità. Le strade si riempiono di musicisti spontanei che accompagnano le maschere con strumenti tradizionali, mentre il sabato sfilano carri allegorici ecologici, non motorizzati, costruiti con materiali di recupero e dedicati a temi sociali e ambientali. Il vino viene trasportato in modo sostenibile dai carri trainati dai cavalli della Compagnia della Varroccia, rievocando gesti antichi e lenti.
Riconosciuto tra i Carnevali storici d’Italia, quello di Satriano di Lucania è oggi un’esperienza unica nel panorama nazionale: un rito che non si limita a essere osservato, ma invita a essere vissuto. Qui il Carnevale non è evasione, ma ritorno alle radici; non è maschera che nasconde, ma simbolo che rivela.
Una favola arcaica e contemporanea, in cui una foresta di uomini e donne cammina per ricordare che senza la natura non c’è futuro.
