
La Transumanza
Strade d'erba e di memoria
Per secoli la Basilicata, e in particolare il territorio oggi compreso nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano, è stata attraversata da un lento e continuo movimento di uomini, animali e culture: quello della transumanza. Una pratica antichissima che ha modellato il paesaggio, l’economia e l’identità delle comunità locali, lasciando tracce profonde ancora leggibili nei tratturi, le grandi vie erbose percorse stagionalmente dalle greggi. Questi itinerari, gli itinera callium di origine latina, collegavano pianure e montagne secondo il ritmo delle stagioni, distinguendo e allo stesso tempo mettendo in relazione il mondo dei pastori nomadi con quello degli agricoltori stanziali, uniti da scambi, consuetudini e ritualità comuni.
Nella tarda primavera le greggi risalivano verso i pascoli d’altura (monticazione), mentre in autunno ridiscendevano verso le pianure (demonticazione), seguendo un sapere antico fatto di norme non scritte, consuetudini e conoscenza profonda del territorio. Lungo questi spostamenti si sviluppò una fitta rete di tratturi principali, tratturelli e bracci, che attraversavano anche la Basilicata interna, dalla valle dell’Agri e dalla piana del Sinni al Raparo, al Sirino connettendo Matera alle montagne di Accettura, Calvello, Laurenzana e Viggiano, spesso ricalcando grandi vie storiche come la Via Appia, la Via Popilia e la Via Herculia. Accanto ai percorsi sorgevano stazzi, riposi, masserie e punti d’acqua, luoghi di sosta e di incontro, ma anche chiese e santuari che divennero riferimenti spirituali e commerciali, animati da fiere e mercati legati al ciclo pastorale. Antiche tracce sono state rinvenute in Val d’Agri o testimoniate, ad esempio, dai resti del santuario di Eracle a Serra Lustrante (Armento).
La transumanza non era solo un sistema economico, ma un vero universo culturale, scandito da suoni, gesti e simboli. I campanacci legati al collo delle podoliche con collari di legno, diversi per dimensione e timbro a seconda del ruolo nella mandria, costituivano un linguaggio sonoro capace di raccontare movimenti, pericoli e presenze. Il bastone del pastore, ricavato da legni locali, accompagnava il cammino e la postura, diventando strumento di guida e segno identitario. Anche i richiami vocali e i fischi, diversi per specie animale, facevano parte di un sapere tramandato di generazione in generazione.
Questo mondo agropastorale trovava una naturale espressione nella religiosità popolare. Le feste e i pellegrinaggi coincidevano con i momenti chiave del calendario agricolo e pastorale: la ripartenza primaverile verso i monti e l’autunno della semina e della discesa. In epoca cristiana, San Michele Arcangelo divenne il protettore delle comunità pastorali (in sostituzione dell’Eracle clavigero italico), ma centrale fu soprattutto il culto mariano, legato alla fertilità della terra e all’abbondanza dei pascoli. Non è un caso che lungo i tratturi del Parco Appennino Lucano sorgano numerosi santuari dedicati alla Vergine: il Tratturo Seta di Calvello (noto anche come Salve Regina), quello del Santuario di Monteforte di Abriola, il Tratturo dei tre confini (Calvello, Laurenzana e Viggiano) e il Tratturo di Serra Giumenta che dai Piani di Maglia raggiunge i rilievi della costa tirrenica di Bosco La Conserva sul Sirino, percorsi oggi riconosciuti come beni paesaggistici e culturali tutelati.
In questo contesto assume un valore particolare la Madonna Nera di Viggiano, figura profondamente radicata nella tradizione agropastorale. Il suo volto scuro richiama simbolicamente la terra, la dimensione tellurica della “dea madre”, e allo stesso tempo la protezione sul viaggio e sul lavoro dei pastori. Secondo una tradizione diffusa tra Cilento e Appennino lucano, le Madonne Nere sarebbero “sette sorelle”: la Madonna di Loreto, la Madonna di Novi Velia, la Madonna del Carmelo, la Madonna di Serino, la Madonna di Padula, la Madonna delle Grazie e la Madonna nera di Viggiano, disseminate lungo gli antichi cammini della transumanza, quasi a vegliare sui percorsi e sulle comunità in movimento.
La storia della transumanza, formalizzata già in epoca romana[1] e poi regolamentata nel Medioevo[2] e in età moderna con la Regia Dogana della Mena delle Pecore[3], ha conosciuto secoli di prosperità e un lento declino a partire dall’Ottocento[4]. Tuttavia, il suo lascito resta vivo nel paesaggio, nei toponimi, nei racconti orali e nei riti.
Nel 2019 l’UNESCO ha riconosciuto la transumanza come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, sottolineandone il valore sostenibile e la capacità di creare equilibrio tra uomo, animali ed ecosistemi, mentre con legge regionale la Basilicata l’ha elevata - unitamente alla pastorizia - a patrimonio regionale, istituendo la figura del "pastore presidio del territorio lucano" (L.R. n. 54/2021).
Oggi, nei territori del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese quelle antiche vie erbose non sono soltanto vestigia del passato, ma opportunità per il futuro: cammini, itinerari culturali e turistici che raccontano una civiltà del movimento, della fatica e della fede.
Un patrimonio che continua a unire paesaggio, memoria e devozione mariana, restituendo alla Basilicata il senso profondo del suo rapporto con la terra e con il tempo.
[1] Per favorire la nascita del latifondo, i Romani introdussero l’“economia dei pascoli alternati”, regolamentando l’uso delle vie pubbliche da parte dei pastori - le tractoriae - e dei pascoli, subordinandolo al pagamento di un pedaggio.
[2] Federico II di Svevia sancì nelle Costituzioni di Melfi del 1231 precise regole per l’uso dei pascoli, fissando canoni di affitto e risarcimenti per i danni arrecati dagli armenti; istituì inoltre la Mena delle Pecore di Puglia, un organismo speciale incaricato di funzioni fiscali, di vigilanza e di tutela delle aree pastorali.
[3] Alfonso I d’Aragona completò e consolidò l’organizzazione della transumanza istituendo la Regia Dogana della Mena delle Pecore di Puglia, con sede inizialmente a Lucera e poi stabilmente a Foggia, affidata a funzionari dello Stato e sottoposta al controllo dei massimi organi amministrativi del Regno. Il sistema doganale, fondato sul pagamento di un tributo per ogni animale transumante, garantiva alle greggi l’uso regolamentato dei pascoli del Tavoliere e favoriva la commercializzazione dei prodotti pastorali, concentrata soprattutto nella grande fiera annuale di Foggia. La transumanza divenne così un’attività obbligatoria oltre una determinata consistenza di bestiame, scandita da un calendario ufficiale e da una rete infrastrutturale imponente. Venne infatti definito e regolamentato un vastissimo reticolo di vie armentizie - tratturi, tratturelli e bracci - segnato da termini lapidei e organizzato secondo assi principali e collegamenti secondari, per un’estensione complessiva di oltre 3.000 chilometri tra Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata. La spina dorsale fu costituita da quattro tratturi: L’Aquila-Foggia (243 km), Celano-Foggia (208 km), Lucera-Castel di Sangro (128), Pescasseroli-Candela (211 km), ai quali si aggiungeva, dalla Basilicata, il Melfi-Castellaneta (142 km). Lungo questi percorsi si muovevano stagionalmente milioni di pecore e intere comunità di uomini: pastori, massari, casari, addetti al trasporto e alla sorveglianza dei greggi, dando vita a un’economia complessa che coinvolgeva decine di migliaia di persone. Il sistema favorì la crescita dei commerci, lo sviluppo dell’industria laniera e una più articolata gestione amministrativa del territorio.
[4] I Borbone tentarono una riforma del sistema instaurato, a causa nei numerosi abusi e conflitti per l’uso dei pascoli, ma l’abolizione della Dogana nel 1806 segnò l’inizio del declino della grande transumanza organizzata, aprendo la strada a un nuovo assetto fondato sulla liberalizzazione delle terre e sul progressivo affermarsi dell’agricoltura moderna.
