Skip to main content
Signora sul portone di casa nel centro storico di Spinoso

Lingue e dialetti

quando il greco parla lucano: il suono antico della quotidianitÀ


C’è un modo divertente, quasi magico, per attraversare il Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese senza muovere un passo: basta ascoltare le parole. Quelle che volano nei vicoli, nei campi, davanti ai forni e nelle stalle. Parole che sembrano nate ieri e invece arrivano da molto lontano. Ogni parola è una piccola storia che parla greco antico con accento lucano.
Non serve saperlo per usarla: basta vivere. E forse è proprio questo il miracolo più grande della lingua.
A raccontarcelo, con pazienza da archeologo della lingua, è lo storico moliternese Giacomo Racioppi nella sua Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata: un vero viaggio sotterraneo, dove ogni vocabolo è come un coccio che riaffiora dal terreno.

Qui il dialetto non è mai solo dialetto. È memoria viva. Nell’Alta valle dell’Agri le parole cambiano a pochi chilometri di distanza come cambiano i colori dei costumi tradizionali. La stessa lucertola, ad esempio, può trasformarsi da caramusa a Spinoso, a salecrega ad Armento, fino a sauredda altrove: un piccolo rettile, mille identità, tutte con radici greche. Un enigma linguistico che dice molto di antichi passaggi, incroci di popoli, migrazioni silenziose.

Camminando tra questi borghi si scopre che il greco non è rimasto chiuso nei libri, ma ha continuato a impastare la vita quotidiana. Basta entrare in cucina perché la lingua torni a farsi calda e concreta. È nel pane àscimo, che ricorda l’ἄζυμος dei Greci, non ben fermentato. È nella lagana, antenata diretta delle lasagne, che già i cuochi dell’antichità stendevano sulle tavole. È nella cuclo, la focaccia rotonda come un κύκλος, e nella mòllìca, la parte tenera del pane, che deriva da μαλακός, “molle”. Tra i pastori riaffiora una delle immagini più poetiche: il pellusiello, quel cacio povero e prezioso fatto con gli ultimi residui del latte, raccolti dalla secchia. È un “companatico” umile, ma autentico, che racconta un’economia di rispetto e di nulla sprecato.

La pasta, naturalmente, resta una grande protagonista. Scanare la pasta è un gesto antico quanto ἰσχανάω: raffrenare, dare consistenza. La scanata è la pagnotta per eccellenza, porzione ben misurata e domata. E poi arrivano loro, i mitici strangula-prèviti - cugini dei cavatelli, perché cavati con tre dita altrove detti ‘triscilli’ ovvero tresdigiti - figli di dita esperte e di una lingua che mescola στρωγγύλος, “rotondo”, e πριθείς, tagliato. Anche i maccaroni, del resto, sono “lunghi” già nel nome, da μακρός, e per epentesi μακαρός, ‘pasta lunga’. La fazzatòra o la màrtora, la madia dove si lavora la farina, derivano entrambe da parole greche legate all’impastare, al dare forma alla pasta: μάσσω e μάκτρα. Qui il greco profuma di pane.

Il greco spunta anche nei gesti. Quando qualcuno si ’mbroscina per terra o quando un panno si strìfela e si attorciglia, stanno parlando - senza saperlo - la lingua di chi abitava queste montagne più di duemila anni fa. Persino i giochi dei bambini e i richiami dei pastori portano con sé echi antichi: ssitt! per radunare le capre, tuppe tuppe per bussare alla porta, suoni che vengono da τύπτω, “battere”. E se qualcuno prende una sarciùta di mazzate, il termine è crudo come l’azione: deriva da verbi che significano lacerare la carne.

E poi ci sono le parole che raccontano la fatica dei campi e della vita rurale. La mànnera, recinto del gregge, nasce dalla μάνδρα greca; il fèmo e il cruòpo, il letame, discendono senza vergogna da κόπρος. Anche la mangàna, la maciulla del contadino, porta il nome delle antiche macchine da guerra: perché, in fondo, lavorare la terra è sempre stata una battaglia; il bùttero, giovane guardiano dei buoi, affonda le radici in βοτήρ e βουτρόφος, pastori di animali grandi e lenti come il tempo rurale. E quando si parla di caruso, non è solo il ragazzo o il taglio di capelli corto: dietro c’è κείρω, “tosare”, lo stesso gesto che vale per i capelli come per la lana delle pecore.

Il corpo umano, poi, è una mappa greca travestita da dialetto: la gorgia è la gola, il cozzètto è l’occipite, il musco l’omero. E quando qualcuno è strambo, storto di testa o di sguardo, sta ripetendo quasi alla lettera lo στραβός ellenico. Se invece è mischino, piccolo e gracile, l’origine è ἰσχνός, magro: una parola antica che ha imparato la compassione.

In questo lessico che profuma di bosco, fumo di camino e mani impastate di farina, il greco riaffiora anche nelle persone, nei loro difetti, nei mestieri e perfino nei suoni della voce. Se qualcuno, dopo una giornata al vento o una cantata di troppo, è abbrucato, con la voce roca e graffiata, sta usando senza saperlo un’eredità di βραγχός e βραγχώδης, termini che già nell’antichità descrivevano la raucedine. E se invece arriva in piazza tutto alliffato, con i capelli lucidi e ben pettinati, quasi “unti” di cura e vanità, riecheggia l’ἀλείφω greco, l’arte dell’ungere, del lisciare, del rendere presentabili. Non manca, ovviamente, la lingua tagliente dell’ironia: il babasone, il balordo che parla a sproposito, nasce dal βαβάζω, il borbottare confuso di chi emette suoni senza senso.

Scendendo nelle case, il greco accompagna anche l’architettura minima della vita quotidiana. La cataratta non è solo una botola, ma un’apertura scavata “verso il basso”, proprio come suggerisce il verbo κατορύττω. Il catojo o catogio, la stanza fresca a livello del terreno, è letteralmente uno spazio κατάγειος, sotterraneo. E quando si provvede a enchire un recipiente, quando lo si riempie fino all’orlo, si ripete il gesto di ἐγχέω, versare dentro. Il Parco conosce bene anche i luoghi del silenzio: un posto ermo, spoglio e solitario, non è altro che un angolo di ἐρημος, deserto, lontano dal rumore del mondo.

Ci sono poi i caratteri umani: il lòllaro, lo sciocco, discende da λωλός, stupido; chi invece onghia, si gonfia o si imbroda, porta con sé ὄγκος, il rigonfiamento. L’orgiante, persona irascibile e manesca, è figlia diretta di ὀργή, l’ira, mentre chi va òrio òrio, ramingo e senza meta, sembra muoversi nell’ombra di parole che parlano di invisibilità e tenebra, come antichi profughi notturni.

Il gioco e la festa non restano fuori da questa storia. La struòmmola, la trottola, gira come girava lo στρόμβος greco. La tròccola, usata dai ragazzi per sostituire le campane durante la Settimana Santa, ripete il suono secco del κρόταλον, antico sonaglio rituale. Perfino l’abbigliamento da lavoro parla greco: la vantèra, grembiule di pelle che protegge il ventre degli artigiani, nasce dall’idea di “stare contro” qualcosa, di difendere il corpo.

E infine c’è l’acqua, bene prezioso di queste montagne. La vòmmola, vaso di creta dal collo stretto, accompagna da secoli i cammini quotidiani: il suo nome viene da βομβύλη, contenitore antico, essenziale come il gesto di attingere e portare.

Non mancano le esclamazioni, vere gemme di teatro popolare. Macàri Dio! viene dritto da μάκαρ, “beato”. Càttara! - l’equivalente lucano di “capperi!” - nasce da κατάρα, imprecazione. E mara me!, detta nei momenti di sfortuna, ha il sapore amaro delle antiche parole di disgrazia.

Nel Parco Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese il greco non è una lingua morta: è un fiume carsico. Scompare sotto terra per secoli e poi riaffiora in una focaccia, in un insulto colorito, nel nome di un attrezzo o in una nenia pastorale. Ed è forse questa la sua bellezza più grande: non essere un’eredità da museo, ma una voce che ancora oggi ride, impreca, lavora, cucina e racconta. Basta fermarsi ad ascoltare.