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Vista ultima cena Convento Sant'Antonio fratelli Todisco

L'arte lucana nei luoghi di culto mariani


Nel cuore del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese, la devozione mariana non è soltanto fede: è racconto visivo, viaggio artistico, memoria dipinta sulle pareti di chiese, santuari e conventi immersi nella natura. Protagonisti assoluti sono Giovanni Todisco da Abriola e, più tardi, Girolamo Todisco, probabilmente suo figlio o stretto parente, di cui non si hanno molte notizie, affiancati da altri illustri maestri come Giovanni De Gregorio, detto il Pietrafesa.
Artisti che hanno operato tra Cinque e Seicento, capaci di fondere cultura colta e sensibilità popolare, traducendo Vangeli canonici e apocrifi in immagini vive, concrete, sorprendentemente quotidiane.

Carlo Levi nel "Cristo si è fermato a Eboli" scriveva: "In tutte le case, a capo del letto, attaccata al muro con quattro chiodi, la Madonna di Viggiano assiste, con i grandi occhi senza sguardo nel viso nero, a tutti gli atti della vita.” Intorno al Santuario della Madonna Nera del Sacro Monte di Viggiano, centro simbolico di questa geografia spirituale e cuore pulsante della devozione lucana, si dispiega una rete straordinaria di luoghi mariani extra moenia: chiese rurali, conventi francescani, santuari montani che custodiscono cicli pittorici di grande intensità narrativa. Qui, tra montagne, boschi e borghi arroccati, si snodano alcuni dei percorsi pittorici più affascinanti del Mezzogiorno.

Seguendo questo itinerario pittorico, il viaggio conduce ad Abriola, paese natale di Giovanni Todisco, dove nella Chiesa di San Gerardo si conserva una delle sue ultime opere: una Madonna con Bambino intensa e raccolta, incorniciata da profeti ed evocazioni simboliche, in cui la tensione drammatica lascia spazio a una narrazione più pacata e matura. Poco distante, il Santuario di Monteforte (XI sec.) rappresenta un altro tassello fondamentale di questo racconto sacro diffuso, legato alla tradizione francescana e al culto mariano. Nel ciclo di affreschi sono raffigurati con dovizia di dettagli e una certa magnificenza nei volti la Genealogia di Gesù e alcune scene di vita della Vergine.

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Ad Anzi, sulla cima del monte che domina il paese, la Chiesa di Santa Maria della Seta custodisce uno dei capolavori assoluti di Giovanni Todisco. Qui, nel 1559, l’artista realizza un ampio ciclo di affreschi dedicato alla Vita di Cristo e della Vergine: diciotto episodi disposti su due registri, incorniciati da architetture dipinte, profeti con filatteri svolazzanti e decorazioni raffinate. È un racconto che scorre come un film ante litteram, dalla storia di Gioacchino e Anna fino alla Morte della Vergine, passando per scene di intensa umanità come Gesù fanciullo nella falegnameria di Giuseppe o la Natività, popolata di pastori, animali e oggetti del quotidiano. Qui Todisco parla al popolo, inserendo nei racconti sacri dettagli di vita contadina, paesaggi familiari, gesti semplici che rendono il divino vicino e comprensibile.

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Mentre la Chiesa di Santa Maria degli Angeli a Calvello è impreziosita dagli affreschi firmati da Girolamo Todisco e datati 1616, a Rivello nel chiostro, nel refettorio e nel pronao del Convento di Sant’Antonio le mani di Giovanni e di Girolamo Todisco si intrecciano per realizzare uno dei complessi pittorici più ricchi del Parco. Straordinaria l’Ultima Cena affrescata nel refettorio: una tavola imbandita di frutti, pani, carni e vivande che sembra uscita da una cucina lucana del Cinquecento, animata da apostoli concitati, animali sotto il desco, servitori in abiti eleganti e una Madonna che osserva la scena come una dama rinascimentale. È qui che l’arte sacra si fa racconto sociale, fotografia di un mondo in cui fede e quotidianità convivono senza separazioni. Nel chiostro di Rivello, Girolamo Todisco porta avanti l’eredità di Giovanni, arricchendo il ciclo con scene della Resurrezione, della Trasfigurazione, della Discesa dello Spirito Santo e dell’Ascensione di Maria, immerse in un gusto tardo-manierista fatto di colori più freddi, composizioni equilibrate e una nuova attenzione allo spazio e al paesaggio. Le volte decorate con festoni, figure allegoriche e animali fantastici raccontano un immaginario complesso, colto e popolare insieme.

Ritrovato negli anni ’80 nel Convento di San Francesco a Marsico Nuovo, nascosto da cataste di legna e ricoperto da un leggero intonaco, l’affresco de l’“Ultima Cena” di Girolamo Todisco incanta per la sua umanità autentica: attorno al Cristo, volti e cibi della tradizione lucana raccontano una fede vicina alla vita quotidiana, fatta di pane, caciocavallo e silenziose rivelazioni. Un’opera riemersa come una memoria preziosa che ha restituito alla collettività uno dei suoi tesori più suggestivi.

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A Laurenzana, nel Convento di Santa Maria della Neve, emergono affreschi di Giovanni Todisco riscoperti solo nel 1998: frammenti preziosi che raffigurano Abramo e Isacco, Padri della Chiesa e una Natività animata da pastori musicanti, zampogne, animali e persino una volpe che fugge con la preda. Anche qui il sacro si intreccia al racconto della vita rurale, in una narrazione visiva che rende l’evento divino parte integrante del paesaggio umano.

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A Tito nel cinquecentesco Convento francescano di S. Antonio in una nicchia della navata della chiesa è presente uno straordinario ciclo di affreschi di Giovanni Todisco con al centro la Visitazione di Maria alla cugina Elisabetta e sui fronti interno ed esterno rispettivamente il Beato Iacobo con San Donato e l’Eterno con la Madonna Annunziata.

Nel paesaggio sacro, accanto alla potente narrazione popolare dei Todisco, prende forma un’altra grande stagione pittorica: quella di Giovanni De Gregorio, detto il Pietrafesa. La sua opera rappresenta il punto di incontro tra la cultura figurativa napoletana e la sensibilità profonda dei territori interni, dando vita a un linguaggio colto ma accessibile, capace di parlare tanto alle élite quanto alle comunità rurali.

Originario di Pietrafesa, l’attuale Satriano di Lucania, De Gregorio si forma nella Napoli del Viceregno, assorbendo le suggestioni della tarda maniera, del naturalismo devozionale e delle correnti fiamminghe allora diffuse nella capitale. Tornato in Basilicata, diventa il pittore di riferimento per conventi, parrocchie e confraternite, chiamato a decorare chiese e chiostri con cicli pittorici di grande respiro, dove la solennità del sacro si intreccia a una narrazione viva, concreta, profondamente umana.

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Nel territorio del Parco, una delle testimonianze più significative della sua attività è conservata a Brienza, nella cappella di Santa Maria degli Angeli, dove il Pietrafesa realizza, nei primi decenni del Seicento, un articolato ciclo di affreschi mariani e francescani. Le pareti raccontano episodi fondamentali della vita della Vergine e dei santi: dalla Nascita di Maria a Gioacchino e Anna che presentano Maria fanciulla al sacerdote, da La Visita di S. Elisabetta e Zaccaria all’Assunzione, fino all’Incoronazione della Vergine, affiancata da profeti, apostoli e santi francescani come Pietro e Paolo. Le figure si muovono in composizioni eleganti, caratterizzate da colori cangianti, panneggi preziosi e un disegno accurato, che rivelano la mano di un artista ormai maturo, capace di fondere gusto decorativo e tensione narrativa. Nonostante i restauri e le ridipinture subite nel tempo, il ciclo di Brienza conserva una forza espressiva che lo rende uno dei punti chiave dell’itinerario pittorico del Parco.

Il legame con il Parco si rafforza ulteriormente ad Anzi, dove il Pietrafesa realizza opere di grande intensità devozionale come l’Incoronazione della Vergine nella Chiesa di Sant’Antonio, o la Madonna con Bambino tra i SS. Giovanni Battista e Carlo Borromeo nella Chiesa di Santa Lucia, e ad Abriola, nella Chiesa Madre di Santa Maria Maggiore con la celebre Donazione della pianeta a Sant’Idelfonso da Toledo (1620), considerata uno dei suoi capolavori assoluti. Qui la composizione si fa innovativa, dinamica, costruita su un impianto triangolare che guida lo sguardo tra il santo, la Vergine e il gruppo celeste, in una scena luminosa e solenne, lontana dal semplice pietismo e ormai pienamente inserita nel linguaggio internazionale del tempo.

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La sua attività di frescante è documentata anche a Satriano di Lucania, paese natale, nella Chiesa di San Giovanni Battista, dove firma e data affreschi di grande eleganza formale, come i due Santi Giovanni Battista e Luca a figura intera. A Tito data e firma l’Incoronazione della Vergine nel Convento di S. Antonio (1629) e la Deposizione nella Chiesa di Santa Croce a Moliterno.

L’arte pregevole delle sue opere si estende anche fuori dai confini regionali, come dimostrano le opere nel Vallo di Diano, tuttavia è proprio nei centri della Basilicata come Potenza, Cancellara, Balvano, Picerno, Missanello e altri e, nello specifico, dell’Appennino lucano che la sua pittura assume un valore identitario: qui il Pietrafesa traduce i modelli colti appresi a Napoli in immagini capaci di dialogare con il paesaggio, la fede e la sensibilità delle comunità locali

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Ma il racconto della devozione lucana non si esaurisce nei colori delle pareti. Accanto agli affreschi, vive un patrimonio straordinario di statue lignee della Vergine, immagini arcaiche e potenti che da secoli accompagnano la vita delle comunità.

Nel comuni del Parco e nelle aree limitrofe si conserva un nucleo straordinario di Madonne lignee in trono, databili tra XII e XIV secolo, molte riconducibili all’iconografia della Sedes Sapientiae (Sede della Sapienza Divina) o della Kyriotissa bizantina (Dominatrice del mondo). Sono immagini severe e solenni, con grandi occhi frontali, volti allungati, vesti incise a onde e gesti simbolici: il pomo, il globo, la benedizione.

A Viggiano, nel Santuario del Sacro Monte, la Madonna Nera col Bambino in trono è il fulcro della devozione regionale, protagonista delle grandi processioni che uniscono il paese alla montagna sacra. A Calvello, nella Chiesa Madre di San Giovanni Battista, si conserva una Madonna in trono proveniente dalla chiesa di Santa Maria de Plano. Ad Abriola, nella Chiesa Madre, è venerata la Madonna di Monteforte.

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A San Martino d’Agri, nel Santuario della Madonna della Rupe, la Vergine lignea integralmente dorata continua a essere portata in pellegrinaggio ogni anno. Ad Armento, nella Cappella di Santa Lucia al Casale e nella Chiesa Madre di San Luca Abate, emergono due preziose Madonne in trono, restaurate e ricondotte alla grande tradizione romanica lucana. A Anzi, nella Chiesa di Santa Lucia, e a Brienza, nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, la devozione mariana si esprime attraverso sculture lignee trecentesche.

Il percorso prosegue a Marsico Nuovo, nel Santuario della Madonna di Costantinopoli e nella Chiesa della Madonna del Carmine, a Spinoso, a San Chirico Raparo, fino agli altri comuni della Basilicata, dove la Vergine lignea continua a essere riferimento identitario e spirituale.

Visitare oggi le chiese e i santuari del Parco significa entrare in un museo diffuso, dove l’arte non è separata dal territorio, ma ne è espressione profonda. Un patrimonio straordinario che continua a parlare al viaggiatore contemporaneo, invitandolo a rallentare, osservare e lasciarsi guidare da immagini che, da oltre cinque secoli, raccontano la stessa storia: quella di una terra in cui il sacro prende forma nei colori, nei volti e nella vita quotidiana della sua gente.

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