
Gallicchio
Il borgo sospeso tra rocce, vigneti e antiche memorie
Affacciato sulla Valle dell’Agri, adagiato su una collina che guarda il paesaggio con eleganza discreta, Gallicchio sorge all’interno del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese, in un territorio ricco di boschi, grotte naturali e panorami molto suggestivi. È uno di quei borghi che seducono con la loro semplicità autentica. Il suo profilo, sobrio e raccolto, emerge tra vigneti, uliveti e boschi che profumano di erbe mediterranee, mentre il silenzio delle montagne accompagna il lento ritmo della vita.
Passeggiando tra le sue stradine in salita, ci si trova immersi in un dedalo di vicoli in pietra, comignoli fumanti, archi bruni scolpiti nella roccia e piccoli scorci che conservano intatta l’atmosfera del passato. Il nome stesso, “Gallicchio”, sembra richiamare antiche origini greche - Gallikion - e le sue vicende raccontano di invasioni saracene, distruzioni e rinascite. Il paese infatti venne ricostruito in epoca medievale sulle rocce del ‘Fosso dei Monaci’, luogo impervio e circondato da grotte naturali che divennero rifugio, riparo e deposito per generazioni. La storia più antica vive ancora nei reperti ritrovati nell’area di Gallicchio Vetere: frammenti di tegole, grandi contenitori pithoi, pesi da telaio e un piccolo tesoro di tredici monete d’argento della Magna Grecia, oggi conservati nel Museo Archeologico Nazionale della Siritide di Policoro. Testimonianze che parlano di insediamenti remoti, scambi e culture che si incontravano lungo le vie dell’Agri.
Il borgo fu feudo di diverse famiglie nobiliari che qui lasciarono tracce tangibili della loro presenza. Nelle vie del centro, tra le case strette l’una all’altra, si staglia il Palazzo Baronale Attolini, elegante testimonianza del potere baronale che per secoli governò la comunità.
Il cuore religioso del paese pulsa nelle sue chiese antiche. Nella parte più originaria del borgo sorge la Chiesa di Santa Maria Assunta, la “chiesa vecchia”, che risale al XIV secolo quando Gallicchio divenne arcipretura. Qui si ammirano opere di Giovanni Angelo D’Ambrosio, artista attivo tra il 1610 e il 1620: una Madonna del Carmine ed Elia sul carro di fuoco e un quadro ad olio della Beata Vergine del Carmelo, oggi preziosa eredità della storia sacra del paese. La chiesa subì nei secoli crolli, incendi e restauri impegnativi, ma conserva ancora altari decorati, nicchie con statue lignee del Settecento e un fascino antico che invita al raccoglimento.
Tra le pieghe più antiche del borgo sorge la Cappella della Madonna del Carmine, un luogo di culto che affonda le sue radici tra il IX e il X secolo. La tradizione che attribuisce ai Basiliani l’origine del culto trova eco in un antico affresco raffigurante la Madonna del Carmine con il Bambino, avvolta da una corona di nuvole sopra una città turrita in fiamme. Nella cappella è ancora venerata una pregiata statua lignea della Beata Vergine del Monte Carmelo (XVIII sec.) restaurata nel 2000. La Madonna, avvolta in un ampio manto azzurro, stringe tra le braccia il Bambino che regge uno scapolare e posa dolcemente la mano sul mento della Madre.
