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Panoramica dal Santuario di Abriola col Cristo

Abriola

Un paese tra montagne, storia e panorami mozzafiato

Arroccato a quasi mille metri d’altitudine, nel cuore più autentico del Parco Nazionale Appennino lucano Val d’Agri Lagonegrese, Abriola si presenta come un borgo di montagna dal fascino intatto, immerso in un paesaggio in continua trasformazione: dai boschi di faggio del Monte Pierfaone ai Faraglioni, costoni di natura calcarea che caratterizzano il versante sud-est che guarda la vallata del torrente Fiumicello, ai profili scolpiti delle Dolomiti Lucane, fino alle pendici del Volturino. Poco fuori dal centro abitato si trova la Piana del Lago, un’area suggestiva dominata da un piccolo specchio d’acqua dove cavalli allo stato brado e animali al pascolo si recano per abbeverarsi. Durante l’inverno, grazie alle attrezzate aree sciistiche di Sellata-Pierfaone, è possibile praticare numerosi sport invernali.

Le sue origini si perdono nel tempo, ma notizie certe compaiono attorno al IX secolo, periodo in cui i Saraceni realizzano una roccaforte strategica per il controllo della Valle della fiumara di Anzi, della quale restano tracce visibili nei resti della cinta muraria medievale e della porta con torrione quadrangolare, detta Portello. L’impianto dell’antico nucleo abitato, con le sue viuzze strette e irregolari, richiama ancora l’atmosfera dei quartieri arabi originali, pur trasformati più volte in epoca sveva e angioina. Nel XII secolo Abriola divenne feudo e passò nelle mani di varie famiglie nobili, tra cui i Caracciolo e i Federici, e proprio questi ultimi furono protagonisti, all’inizio dell’Ottocento, di uno dei più drammatici episodi di brigantaggio dell’area: l’uccisione dell’intera famiglia da parte della banda di Rocco Buonomo, detto Scozzettino. Una cronistoria di quanto accaduto è contenuta ne “Il brigantaggio del 1809”, Potenza 1911, di Vittorio Di Cicco.

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Nel cuore del paese svetta la Chiesa Madre di Santa Maria Maggiore (anticamente denominata S. Maria del Sorbaro), probabilmente già esistente nel XIII secolo, la cui facciata reca fregi in pietra e l’imponente porta bronzea dedicata al Patrono San Valentino, opera dello scultore lucano Antonio Masini. L’interno custodisce autentici tesori artistici: una grande tela seicentesca del PietrafesaLa Vergine consegna la pianeta a Sant’Aldefonso”, un’acquasantiera sorretta da una mano scolpita e, nel transetto destro, il busto in argento di San Valentino con le sue reliquie. In una nicchia si conserva anche la preziosa statua lignea della Madonna di Monteforte, risalente alla fine del XIII secolo. Da non perdere anche la chiesa cinquecentesca di San Gerardo, che conserva splendidi affreschi dei fratelli Todisco, la Chiesa della SS. Annunziata, con il Paliotto, una raffinata tarsia lignea del Settecento, e il Palazzo Baronale, antica residenza delle famiglie signorili. Un percorso panoramico di circa due chilometri conduce a uno dei luoghi più amati dagli abriolani: il Santuario della Madonna di Monteforte, situato a 1300 metri di altitudine. Meta di pellegrinaggi e fulcro della spiritualità locale, il santuario non è soltanto un edificio religioso, ma un luogo identitario, legato profondamente al ritmo della vita del paese.

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Veneratissimo Patrono di Abriola, il culto di San Valentino affonda le sue radici in una leggenda molto sentita dalla popolazione: si narra che, durante un periodo di grave carestia, il Santo di passaggio ad Abriola poiché diretto verso la Puglia, riuscì a procurare carri di grano impegnando il proprio anello e salvando, così, gli abitanti dalla fame. Ogni 14 febbraio la tradizione prende vita in una festa che unisce sacro e folclore. Dopo la celebrazione religiosa e la processione del Santo portato a spalla tra le vie del paese, la giornata continua intorno ai grandi falò di rami secchi di ginestra, i fucanoj. Qui si susseguono gare musicali di organetti, canti popolari, degustazioni di piatti tipici a base di pasta, salsicce caserecce e vino locale, animando il borgo fino allo spegnersi dell’ultima fiamma.

Originari di Abriola sono stati i pittori Giovanni e Girolamo Todisco, probabilmente padre e figlio, o comunque parenti, i quali emergono tra Cinquecento e Seicento come interpreti sensibili dell’identità lucana, capaci di raccontare la Basilicata: una terra osservata con attenzione, narrata attraverso volti, paesaggi e tradizioni che hanno trasformato l’arte in una vera e propria mappa culturale del territorio lucano tra Rinascimento e Barocco.

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